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Speciale Ussi 60 - I 60 Anni del giornalismo sportivo italiano Autori: Gruppo Ligure Giornalisti Sportivi Editore: Lo Sprint Prezzo di copertina: - Come ordinarlo: 010.9131006 o
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Volume speciale realizzato dal FGruppo Ligure Giornalisti SPortivi per celebrare i 60 anni dell'Ussi Nazionale proprio in Liguria dove nacque...
I toni magniloquenti della celebrazione non s’addicono al mio carattere e alla mia formazione culturale.
Sul mar Ligure, a bordo della nave Philippa, nell’estate del 1946 fu redatto l’atto di nascita della nostra associazione. Il Paese si risvegliava dall’incubo fascista e provava a risollevarsi dalle macerie di una sventurata guerra perduta. Immagino facilmente lo spirito che animò i Padri Fondatori in quella lontana estate di 60 anni fa.
Tutto restava da costruire e la grandezza ubriacante della sfida imponeva coraggio e lungimiranza. Doti che non mancarono se l’Ussi è arrivata fino a noi. Inciampi e cadute hanno talvolta afflitto il nostro cammino professionale. Anche in tempi recenti. Ma se siamo ancora qui a lavorare per la categoria significa che l’Ussi conserva non solo lo spirito ma il ruolo di rappresentanza dei giornalisti sportivi italiani che i suoi fondatori intesero attribuirle. Da allora tutto è cambiato e dunque anche la nostra professione, sempre meno mestiere, purtroppo, sempre meno prodotto di alto artigianato, e sempre più catena di montaggio, nel segno dell’omologazione che contraddistingue la nostra epoca. Ho fatto a tempo a incrociare la stagione della svolta, la fine del piombo in tipografia e l’avvento del computer in redazione.
Negli stessi anni si imponeva lo strumento della televisione che avrebbe assunto, è un dato di fatto, una presenza via via più ingombrante, se non prevalente (e talvolta prevaricante) nei confronti degli altri media tradizionali. Il terzo Millennio ci consegna alle frontiere largamente inesplorate della comunicazione virtuale, costringendoci a nuotare nel mare magno della rete web; alle prese con strumenti sempre più sofisticati che dilatano il mercato dei “consumatori” di notizie, paradossalmente al prezzo di una evidente marginalizzazione del ruolo degli operatori dell’informazione. Un giorno, forse, ogni abitante del pianeta sarà in grado di produrre da sé e quindi potrà consumare in privato l’informazione. Senza bisogno di rivolgersi ad intermediari. Quel giorno, se mai arriverà, non è però ancora venuto alla luce. Le sfide contemporanee ci chiamano direttamente in causa, noi operatori dell’informazione, imponendoci conoscenze tecniche e duttilità professionali prima sconosciute. Il progresso si giustifica da sé e non mi sentirete quindi esprimere parole di rimpianto, seppure il rimpianto esista per una professione che gli sviluppi tecnologici e – diciamocelo- certe brusche cadute di comportamento da parte della categoria – hanno drasticamente ridimensionato nella percezione del pubblico.
Il problema dell’autorevolezza del giornalista, sportivo o non, resta quindi al centro della scena, peccato che non tutti i colleghi se ne siano accorti o facciano sforzi per misurarsi con questa impervi sfida. Il giornalismo a consumo, facilitato dal dilagare dei messaggi, ridotto talvolta a merce; il giornalismo immiserito e banalizzato non solo non giova all’autorevolezza della categoria (prima e irrinunciabile prerogativa) ma riduce gli spazi di manovra dei professionisti dell’informazione e nell’immaginario del pubblico che li ascolta e li legge li consegna ad una dimensione ancillare, relativizzandone la figura e il ruolo. E’ un trend al quale contribuisce purtroppo anche una parte del mondo dell’editoria, al quale sfugge la peculiarità della nostra professione. Non vendiamo scatolette di carne ma, in una certa misura, agiamo come le antiche fabbriche dei sogni, sollecitando i precordi del lettore, stimolandone le curiosità, acuendone gli interessi.
Che lo vogliamo o no, siamo alle soglie – probabilmente anzi già oltre – il punto di svolta di un’epoca. Indietro, è chiaro, non si torna. Il mondo cammina sempre più veloce e incurante delle nostre resistenze culturali, personali, esistenziali. Gli editori spesso ci rimproverano a muso duro di essere conservatori, di badare eccessivamente a difendere le nostre rendite di posizione. C’è del vero in questo, mi costa ammetterlo ma credo che le cose stiano esattamente in questi termini. Nessuno può salare la nostra professione se non i giornalisti stessi. Non aspettiamoci ciambelle di salvataggio offerte in nome della sacra libertà di stampa e del diritto-dovere di informare, concetti abusati e strumentalizzati eppure ineffabili, tanto dovrebbero risultare chiari e intangibili per qualunque cittadino.
I giornalisti sportivi, sulla stessa linea dei cronisti, restano le avanguardie della categoria, gli esploratori sul campo, coloro che hanno una diretta e personale esperienza dell’evidenza dei fatti. Tocca dunque principalmente a noi, gente dell’Ussi, difendere gelosamente non i privilegi (che pure esistono, come per qualsiasi altra categoria), ma lo stesso spirito di indipendenza e autonomia che animò i nostri Padri Fondatori. Ricacciamo in fondo al Vaso di Pandora dei nostri errori del passato le tante paure del nuovo che ci infestano il cuore. Rifiutiamoci di abdicare al nostro ruolo essenziale, che è quello di dare una testimonianza degli eventi completa, non reticente, intellettualmente onesta e priva di indulgenze verso i potenti. Questi sono i tempi che ci è toccato in sorte vivere e attraversare come operatori dell’informazione. Se vogliamo gli sguardi all’indietro, converremo che lo sorte con noi è stata tutto sommato benigna.
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